Visto dall’alto, ai primi di settembre, il lago di Lugano è ancora quello dell’estate. Un verde turchese largo e quieto, che riflette le nuvole bianche del pomeriggio. Le montagne scendono ripide fino all’acqua, coperte di boschi ancora pieni. Lungo le rive, i paesi si stringono uno accanto all’altro. E al centro, come una cucitura, il ponte-diga di Melide attraversa il lago da una sponda all’altra.
Prima che esistesse, per passare da Melide a Bissone c’era il traghetto. Il ponte fu costruito tra il 1844 e il 1847, su progetto dell’ingegnere Pasquale Lucchini. Dal 1874 ci passa la ferrovia del Gottardo, e dagli anni Sessanta anche l’autostrada. Oggi lo attraversano ogni giorno decine di migliaia di veicoli, quasi tutti senza accorgersi di essere sospesi sull’acqua.
Settembre assomiglia a quel ponte. È un passaggio stretto tra due sponde: da una parte l’estate, dall’altra l’anno che ricomincia. E come sul ponte, lo si attraversa di solito in fretta, senza guardare.
Il vero capodanno
A gennaio ci concediamo i buoni propositi. Li scriviamo, a volte li diciamo ad alta voce, spesso li dimentichiamo entro febbraio. Settembre invece non promette nulla: semplicemente ricomincia. Riaprono le scuole, riaprono le agende, ripartono i progetti rimasti sospesi, tornano le riunioni del lunedì.
Non è un’idea nuova. Per secoli, nell’impero bizantino, l’anno civile cominciava il primo settembre, e ancora oggi la Chiesa ortodossa apre il suo anno liturgico in quella data. In Francia c’è perfino una parola apposta, la rentrée, che indica insieme il ritorno a scuola, al lavoro, alla vita politica. Per chi lavora, il vero capodanno non è a gennaio. È adesso, quando l’estate finisce e la macchina riparte.
La forza delle date
Gli psicologi hanno dato un nome a questa sensazione. Nel 2014 Hengchen Dai, Katherine Milkman e Jason Riis, della Wharton School, pubblicarono su Management Science uno studio sull’«effetto nuovo inizio». Avevano osservato che le persone si iscrivono in palestra, cercano su internet la parola «dieta» e si impegnano in nuovi obiettivi molto più spesso dopo certe date: l’inizio di una settimana, di un mese, di un anno, un compleanno.
Lo chiamarono effetto delle «pietre miliari temporali». Quelle date funzionano come una linea tracciata nel tempo. Ci permettono di mettere il passato da una parte, con i suoi errori e le sue abitudini, e di sentirci per un momento persone nuove, con un foglio bianco davanti.
C’è però un rovescio della medaglia. Il foglio bianco è liberatorio, ma è anche un modo comodo per dimenticare. Se ogni inizio cancella ciò che è venuto prima, cancella anche ciò che avevamo imparato. Il nuovo inizio funziona davvero soltanto quando non riparte da zero, ma da ciò che il periodo precedente ci ha insegnato. E l’estate, se la si guarda con attenzione, insegna parecchio.
Settembre è forse la pietra miliare più potente dell’anno lavorativo. Ma ha un altro difetto: dura pochissimo.
Il paradosso del ritorno
Torniamo dalle vacanze riposati, con lo sguardo più largo e la testa più leggera. Eppure nel giro di poco ci ritroviamo esattamente dove eravamo a giugno. Stessi ritmi, stesse urgenze, stessa stanchezza che credevamo di aver lasciato al mare.
Il primo lunedì di settembre ha una luce particolare. Si arriva in ufficio un po’ prima del solito, con la sensazione di avere tempo. Poi si apre la casella di posta: centinaia di messaggi, alcuni importanti, la maggior parte no, tutti in attesa. E prima ancora che il caffè sia finito, il tempo non c’è più. È il punto esatto in cui l’estate smette di essere una stagione e diventa un ricordo.
Non è un’impressione. Nel 2010 la psicologa olandese Jessica de Bloom e alcuni colleghi pubblicarono su Work & Stress uno studio dal titolo che dice già tutto: Lots of fun, quickly gone, tanto divertimento, presto svanito. Avevano misurato la salute e il benessere di un gruppo di lavoratori prima, durante e dopo le vacanze. I benefici c’erano, ed erano reali. Ma già nella prima settimana di lavoro erano in gran parte tornati ai livelli di partenza.
Non perché il riposo non sia servito. Ma perché, quasi sempre, lo abbiamo trattato come una pausa, e non come una lezione. Siamo tornati nella stessa vita di prima, con le stesse abitudini, e la vita di prima si è ripresa in pochi giorni tutto ciò che l’estate ci aveva dato.
Ciò che l’estate ci ha mostrato
Forse l’estate non è stata un’interruzione del lavoro. Forse è stata un esperimento, involontario e prezioso.
Per qualche settimana abbiamo tolto molte cose, e il mondo ha continuato a girare. Alcune riunioni non sono avvenute, e nessuno ne ha sentito la mancanza. Alcuni messaggi sono rimasti senza risposta per giorni, e nulla è crollato. Alcune abitudini che a giugno sembravano indispensabili si sono rivelate, viste da lontano, soltanto abitudini.
Basta pensare alla risposta automatica che molti attivano prima di partire: «Sono assente fino al 25 agosto, risponderò al mio rientro». Per tre settimane quella frase ha protetto il nostro tempo meglio di qualsiasi metodo. Nessuno si è offeso. Nessun cliente è scappato. Le cose davvero urgenti hanno trovato un’altra strada, e le altre hanno aspettato. Eppure, il giorno del rientro, la disattiviamo senza pensarci, come se quella protezione fosse lecita soltanto lontano da casa.
E allo stesso tempo, altre cose sono emerse con chiarezza. Una conversazione lunga, senza orologio. Un’idea arrivata camminando. La qualità di un pensiero quando ha spazio intorno. Non erano soltanto ricordi di vacanza. Erano indizi su come vorremmo lavorare.
Il bisogno di aggiungere
C’è una ragione precisa per cui quegli indizi vanno persi. Nel 2021 quattro ricercatori americani, Gabrielle Adams, Benjamin Converse, Andrew Hales e Leidy Klotz, quasi tutti dell’Università della Virginia, pubblicarono su Nature una serie di esperimenti con un titolo semplice: le persone trascurano sistematicamente i cambiamenti che tolgono.
In uno degli esperimenti, i partecipanti dovevano rendere stabile una piccola struttura di Lego. Aggiungere un mattoncino costava qualche centesimo, toglierne uno era gratis, e bastava toglierne uno solo per risolvere il problema. Eppure la maggior parte aggiungeva. In un altro, al nuovo rettore dell’università erano arrivati 651 suggerimenti per migliorare l’ateneo: soltanto l’11 per cento proponeva di eliminare qualcosa.
La conclusione era chiara: le soluzioni che aggiungono vengono in mente subito, quelle che tolgono richiedono uno sforzo in più. Klotz, che insegna ingegneria e architettura, ha raccontato di aver avuto l’idea guardando il figlio piccolo giocare con un ponte di Lego: per pareggiare due pilastri di altezza diversa, lui stava per aggiungere un pezzo a quello più corto, mentre il bambino tolse semplicemente un pezzo da quello più lungo. Da quell’osservazione è nato anche un libro, Subtract, pubblicato nello stesso anno.
È così anche a settembre. Il primo istinto, al rientro, è aggiungere: un nuovo progetto, un nuovo metodo, una nuova applicazione, un nuovo proposito. Quasi mai ci chiediamo che cosa togliere.
Una domanda, non una regola
Non servono metodi, né l’ennesimo sistema per organizzare la settimana. Basta una domanda, fatta con onestà in una mattina tranquilla, prima che il calendario si riempia: che cosa ho lasciato cadere quest’estate, senza che nessuno se ne accorgesse?
La risposta, spesso, sorprende. Impegni portati avanti per inerzia. Riunioni che esistono perché sono sempre esistite. Piccole urgenze di altri che abbiamo adottato come se fossero nostre. Settembre ci offre un permesso raro: quello di non riprenderle. Non per pigrizia, ma per fare spazio a ciò che l’estate ci ha fatto intravedere.
E c’è la domanda gemella, meno comoda: che cosa ho ritrovato, lontano dalla scrivania, che vorrei portare con me? Un’ora senza interruzioni al mattino. Una passeggiata prima di una decisione importante. Il coraggio di dire «ci penso» invece di rispondere subito.
Ripartire non significa accelerare
Su questa rivista chiamiamo Calm Performance un modo di lavorare che misura la prestazione anche da ciò che riesce a preservare: l’energia, l’attenzione, la lucidità. Non è un invito a fare meno, né una teoria per chi può permettersi di rallentare. È un’idea semplice: il successo che dura nasce dalla chiarezza, non dalla pressione. E la chiarezza ha bisogno di una scelta, fatta prima che siano gli altri a scegliere per noi.
Ne derivano alcune scelte concrete. La prima: proteggere i primi giorni del rientro, prima che l’agenda si chiuda, e usarli per decidere, non per recuperare. La seconda: fare una lista di ciò che non si riprenderà, non soltanto di ciò che si farà. La terza: scegliere una sola abitudine dell’estate da portare nel lavoro, e difenderla per tutto l’autunno. La quarta: rimandare di qualche settimana i grandi propositi. Le cose che contano davvero non hanno bisogno della prima settimana. Hanno bisogno di durare.
Lo stesso vale per chi guida un gruppo. Un responsabile che a settembre, invece di annunciare nuovi obiettivi, chiede alla squadra quale riunione si potrebbe eliminare, quale rapporto nessuno legge più, quale passaggio rallenta tutti senza aggiungere nulla, fa spesso più per la qualità del lavoro che con qualsiasi piano strategico. Togliere non fa notizia. Ma libera tempo, attenzione e fiducia, e quel tempo liberato è il primo vero investimento dell’anno.
Chi lascia passare quei giorni si ritrova a ottobre con il calendario già deciso da altri. Chi li usa può ancora decidere il proprio passo.
La luce di fine settembre
Torniamo al lago visto dall’alto. Verso la fine del mese la sera arriva un po’ prima. La luce si fa obliqua, dorata, più lenta, e l’acqua perde a poco a poco il turchese dell’estate. Sul ponte di Melide il traffico continua a scorrere, come ogni giorno da più di un secolo e mezzo. I treni passano, le auto passano, i battelli scivolano sotto il ponte verso Morcote e Capolago.
Ma chi si ferma un momento, anche solo con lo sguardo, vede ciò che chi corre non vede: che il ponte non è soltanto una strada. È il luogo in cui si passa da una sponda all’altra, e in cui si può ancora scegliere dove andare.
Forse è questo il secondo inizio. Non una ripartenza a pieno regime, ma un ritorno consapevole. Scegliere che cosa riprendere e che cosa lasciare andare, mentre si è ancora in tempo. Il vero inizio dell’anno non è una data sul calendario. È il momento in cui smettiamo di subire il nostro tempo e torniamo ad abitarlo.
