Il tempo di esposizione

Ogni cosa che conta ha un suo tempo di esposizione. Le lastre di Roberto Donetta e la Casa Rotonda di Corzoneso raccontano che cosa resta quando accettiamo di stare fermi.

Il tempo di esposizione

Al mattino, sopra Corzoneso, la nebbia sale dal fondo della valle di Blenio e cancella quasi tutto. Restano i contorni di qualche albero, il profilo scuro di un tetto di piode, e una casa bianca che non somiglia alle altre: è rotonda, senza spigoli, come se la nebbia l’avesse levigata.

Alzi il telefono, inquadri, tocchi lo schermo. Il clic che senti non viene da nessuna parte: è un suono registrato che imita un otturatore che nel telefono non esiste. La luce ha impiegato una frazione di secondo, spesso meno di un millesimo, per depositarsi sul sensore. Prima ancora che l’immagine compaia nella galleria hai già abbassato il braccio, e stai guardando altrove.

La fotografia ha un nome preciso per quell’intervallo: tempo di esposizione. È la durata in cui la luce deve agire su una superficie sensibile perché un’immagine si formi. Troppo breve, e non resta niente; troppo lungo, e tutto si brucia. Ogni scena ha il suo, e chi fotografa bene non lo sceglie in base alla propria fretta ma in base a ciò che ha davanti.

Forse vale anche per noi. Ogni cosa che conta, una conversazione difficile, una decisione, un luogo, una persona, ha un suo tempo di esposizione: il tempo minimo perché lasci un segno su chi la attraversa. Ciò che chiamiamo Calm Performance nasce da qui. Non dall’idea di rallentare, ma dal sospetto che gran parte di ciò che viviamo passi sopra di noi troppo in fretta per imprimersi, e che la qualità di quello che facciamo dipenda meno dalla velocità che dal tempo che siamo disposti a concedere.


La calma non è lentezza

Il malinteso più comune sulla calma è confonderla con la lentezza, o peggio con la rinuncia. Chi è calmo, si pensa, fa meno, ambisce meno, si accontenta. L’esperienza di chiunque abbia visto lavorare un artigiano esperto, un chirurgo o un musicista dice il contrario: i loro gesti sono spesso rapidissimi, ma nessuno è affrettato. Ogni movimento dura esattamente quanto serve perché sia compiuto, e non un istante di meno.

Nel 2014 la psicologa Linda Henkel, della Fairfield University nel Connecticut, ha portato un gruppo di studenti in un museo d’arte, chiedendo loro di osservare alcuni oggetti e di fotografarne altri. Il giorno dopo, quelli fotografati erano ricordati peggio: meno oggetti, meno dettagli, meno memoria della loro posizione nelle sale. Henkel ha chiamato il fenomeno «effetto di compromissione da scatto», e ricerche successive lo hanno ritrovato anche quando le foto scattate erano più di una. Affidando alla macchina il compito di ricordare, smettiamo di farlo noi.

C’era però un secondo risultato, meno citato e più rivelatore. Quando agli studenti si chiedeva di zoomare su un particolare, il ricordo non peggiorava; anzi, conservavano bene anche le parti dell’oggetto rimaste fuori dall’inquadratura. Il problema, dunque, non era lo strumento. Era il gesto compiuto senza esposizione: lo scatto che sostituisce lo sguardo invece di prolungarlo. Quando la macchina costringe a fermarsi su qualcosa, l’attenzione torna, e con lei la memoria.

Per vedere che cosa produce un tempo di esposizione rispettato, del resto, basta entrare in quella casa rotonda. Dentro sono conservate cinquemila lastre di vetro.


Il fotografo che vendeva sementi

Roberto Donetta, nato a Biasca nel 1865, non aveva niente del fotografo di studio. Aveva fatto il venditore di castagne arrostite negli inverni italiani, aveva tenuto per sei mesi un piccolo negozio a Corzoneso, era stato cameriere a Londra ed era tornato in valle malato. Per vivere percorreva a piedi la valle di Blenio vendendo semi di ortaggi e di fiori. Intorno al 1900 uno scultore del paese, Dionigi Sorgesa, gli insegnò i rudimenti della fotografia e gli procurò un apparecchio. Da allora il venditore di sementi divenne anche il fotografo della valle: matrimoni, funerali, processioni, piene, la giostra, le operaie della fabbrica di cioccolato di Torre.

Non aveva fretta, perché non poteva permettersela. Ogni lastra di vetro costava, i prodotti chimici costavano al punto che sviluppava di rado e consegnava le stampe in ritardo. Non aveva uno studio: appendeva un tappeto come fondale in un cortile o in una cucina, sistemava una sedia, un tavolino, un vaso di fiori. E soprattutto le sue lastre chiedevano esposizioni lunghe. Per questo, racconta chi ha studiato il suo archivio, cercava di eliminare il caso e la spontaneità: componeva, aspettava, e chiedeva a chi posava di restare immobile.

Il risultato si vede ancora oggi. Nei suoi ritratti all’aperto l’acqua delle cascate diventa una linea bianca, perché continua a scorrere mentre le persone restano ferme. E le persone, contadine, bambini con l’aria da piccoli adulti, sposi irrigiditi nel vestito buono, non recitano. Sembrano assorte, serie, quasi dimentiche di essere guardate. Quella calma non era un tratto di carattere della valle, che era poverissima e conosceva l’emigrazione, la fame, la mortalità infantile. Era il prodotto di un tempo condiviso: i secondi in cui fotografo e fotografato dovevano stare insieme, fermi, perché la luce facesse il suo lavoro.

Donetta, del resto, non era affatto un uomo lento. Camminava per tutta la valle, vendeva, fotografava, sviluppava, annotava in grandi almanacchi tutto ciò che riteneva degno di essere saputo, contro quella che considerava l’ignoranza del suo tempo. La sua calma stava altrove: nel rispetto di un tempo che l’immagine pretendeva, e che nessuna fretta poteva accorciare.

E stava, soprattutto, in una misura che teneva dentro di sé. Per la valle era il venditore di semi che faceva anche le fotografie, e con gli anni un uomo strano, da evitare. Lui si considerava un artista. Accanto ai lavori su commissione, nel suo archivio ci sono immagini che nessuno gli aveva chiesto e nessuno gli avrebbe pagato: nuvole, temporali, sagome di rocce e di alberi, nature morte composte con cura. In una vita in cui ogni lastra costava, ne spendeva qualcuna soltanto per guardare. Nessuno, intorno a lui, era in grado di dirgli se quelle immagini valessero qualcosa; il giudizio arriverà più di cinquant’anni dopo la sua morte. Per trent’anni ha lavorato con una sola conferma, quella che si dava da solo, e non ha abbassato il livello.

È forse questa la forma più esigente di Calm Performance. Non la calma di chi ha tempo e mezzi, ma quella di chi mantiene una qualità anche quando fuori nessuno la vede, e non ha bisogno dell’applauso per sapere quando un lavoro è fatto bene. Donetta non era sereno, né fortunato: la sua vita ebbe un prezzo alto, come si vedrà. Ma la sua misura non dipendeva dagli altri, ed è per questo che ha potuto resistere tanto a lungo.


Il tempo di chi guarda

La vita di Donetta non segue la curva di un successo. Nel 1912 la moglie e i figli lo lasciano; nel 1913, il giorno del suo quarantottesimo compleanno, gli pignorano una parte dei beni e resta per mesi senza apparecchio. Ne scriverà come di una ferita: quella lunga interruzione, annota, aveva reciso il legame con la sua arte. Negli ultimi anni vive solo nella casa rotonda di Casserio, una ex scuola settecentesca a pianta circolare, e in valle lo considerano poco più di un vagabondo. Lo trovano morto la mattina del 6 settembre 1932.

Per pagare i debiti e il funerale, le autorità mettono all’asta ciò che possiede. Si vende tutto, anche l’attrezzatura fotografica. Restano soltanto le lastre, circa cinquemila, che nessuno ritira. Per oltre mezzo secolo giacciono a disposizione di un comune che non sa che farsene: vetro ingombrante, il residuo di un debito.

È a metà degli anni Ottanta che una donna di Corzoneso, Mariarosa Bozzini, le ritrova. Il fotografo Alberto Flammer ne ricava le prime stampe dopo la morte del loro autore e, nel 1998, completa la stampa a contatto dell’intero archivio. Nel 2003 nasce la Fondazione, che si insedia proprio nella casa rotonda. Nel 2016 la Fotostiftung Schweiz di Winterthur gli dedica una grande mostra e lo presenta come uno dei grandi outsider della fotografia svizzera.

Tra il 1932 e il 1985 le lastre non sono cambiate. È cambiato il tempo che qualcuno ha accettato di concedere loro. Anche lo sguardo, a quanto pare, ha un suo tempo di esposizione: chi passa davanti a un’immagine senza fermarsi non la vede, e per cinquant’anni nessuno si era fermato abbastanza a lungo davanti a quelle.


Chi guarda chi

E lo sguardo, a sua volta, può essere esposto più a lungo. Lo mostra il lavoro della fotografa e videasta ticinese Aline d’Auria, che ha scelto nell’archivio una serie di immagini di donne in posa davanti all’obiettivo di Donetta. Volti, corpi, mani raccolte in grembo. Messe una accanto all’altra, rendono visibile ciò che per generazioni era tanto normale da non essere notato: l’uomo dietro l’apparecchio, la donna davanti.

Non è un processo a Donetta, che quelle donne le ha guardate con rispetto. È un modo di prolungare l’esposizione. Le stesse donne che restavano sole mentre gli uomini emigravano, e che reggevano campi, bestie e figli, entrano nell’immagine solo quando qualcun altro decide di inquadrarle. Basta restare davanti a quelle fotografie qualche secondo in più per accorgersene, e da quel momento non si riesce più a guardarle come prima.

A quelle immagini d’Auria ha affiancato il quaderno della propria bisnonna, vissuta in Engadina tra Ottocento e Novecento, dove la donna ricopiava a mano testi di carattere divinatorio. Uno di questi recita quattro parole: «Mai più, tra poco, spesso, un tempo». Accanto, il registro in cui Donetta annotava i fatti del giorno e ricopiava brani di riviste. Due persone, in due valli lontane, che negli stessi anni prendevano il tempo di scrivere ciò che non volevano perdere.

È lo stesso gesto, visto da due lati. Chi scrive a mano non può andare più veloce della propria mano; chi posava per Donetta non poteva andare più veloce della luce. In entrambi i casi il limite non era un ostacolo. Era la condizione perché qualcosa restasse.


Restare il tempo di una posa

Torna al gesto dell’inizio, ma questa volta dentro la casa. Ha tre piani di pietra intonacata e un tetto di piode; fu costruita alla fine del Settecento come scuola per i bambini di Casserio. Dentro non ci sono angoli. In una stanza rotonda non esiste un punto in cui metterti con le spalle al muro e dominare il resto: ovunque ti sposti, qualcosa ti resta dietro.

Il telefono è in tasca, e nessuno ti impedirebbe di usarlo. Ma chi gira per la stanza in cerca dell’inquadratura giusta si accorge presto che la parete curva non offre mai un punto da cui abbracciare tutto. Chi invece si ferma, anche solo per i pochi secondi che una lastra del 1910 chiedeva alla luce, scopre che è la stanza a girargli intorno. Le immagini arrivano una dopo l’altra, senza bisogno di andarle a prendere. Le donne fotografate da Donetta avevano fatto lo stesso senza saperlo: erano rimaste ferme, e quei secondi sono durati cent’anni.

Uscendo, la nebbia è ancora lì. La casa bianca si allontana alle tue spalle, perde i contorni, torna a essere la forma rotonda che avevi visto dal sentiero. Nella galleria del telefono non c’è niente di nuovo. Qualcosa si è impresso altrove. Mai più, tra poco, spesso, un tempo: in una casa senza angoli quelle parole suonano meno come una profezia che come i modi in cui il tempo passa sopra di noi, a seconda di quanto restiamo fermi.


Da vedere

«Mai più, tra poco, spesso, un tempo». Aline d’Auria e Roberto Donetta. Casa Rotonda, Corzoneso, dal 24 ottobre 2026 al 23 maggio 2027. Chiusura invernale dal 13 dicembre 2026 al 12 marzo 2027. Aperto sabato e domenica dalle 14 alle 17, tranne il 27 e 28 marzo.

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